Archivio per Novembre 2006|pagina archivio mensile

gentilmente le stragi in periferia, io sto guardando la tv

strage chinnici

Per chi suona la sirena delle scorte
dal Giornale di Sicilia del 14 aprile 1985

Sono una onesta cittadina che paga regolarmente le tasse e lavora otto ore al giorno. Vorrei essere aiutata a risolvere il mio problema che, credo, sia quello di tutti gli abitanti della medesima via. Regolarmente tutti i giorni (non c’è sabato e domenica che tenga), al mattino, durante l’ora di pranzo, nel primissimo pomeriggio e la sera (senza limiti di orario) vengo letteralmente “assillata” da continue e assordanti sirene di auto della polizia che scortano i vari giudici. Ora io domando: è mai possibile che non si possa, eventualmente, riposare un poco nell’intervallo del lavoro o, quantomeno, seguire un programma televisivo in pace, dato che, pure con le finestre chiuse, il rumore delle sirene è molto forte?

Mi rivolgo al giornale, per chiedere perché non si costruiscono per questi “egregi signori” delle villette alla periferia della città, in modo tale che, da una parte sia tutelata la tranquillità di noi cittadini-lavoratori, dall’altra, soprattutto, l’incolumità di noi tutti che, nel caso di un attentato, siamo regolarmente coinvolti senza ragione (vedi strage Chinnici). Non mi si venga a dire di cambiare appartamento (e quindi via), perché credo che sia un sacrosanto diritto di ogni cittadino abitare dove meglio crede, senza, però, doverne subire conseguenze facilmente evitabili.

Patrizia Santoro, Palermo

Questa non è finzione, né uno scherzo. Anche se ciò può apparire assurdo, questa lettera è stata veramente pubblicata dal Giornale di Sicilia il 14 aprile 1985.

il romanzo a rovescio

uomo a rovescioFred Vargas, malgrado il nome, è una donna. Produce gialli in ventuno giorni, o almeno così dice. L’uomo a rovescio è un romanzo ambientato fra i monti francesi del Mercantour, abitati dai lupi. Vengono sgozzate delle pecore e i segni sembrano non lasciare dubbi: l’assassino deve essere un lupo gigantesco. Quando viene uccisa anche una donna si inizia a parlare di lupi mannari e sospettare uno strano individuo.
Imbottito di frasi come me ne frega niente o ce ne frega una sega, il giallo è lentissimo all’inizio. Malgrado questo si intuisce con chiarezza chi è il colpevole non appena compare sulla scena, non il movente. Quando cresce un po’ il ritmo, il movente sbuca dal passato, inatteso e fragile. Dopo circa trecento pagine di faticosa lettura, ciò che spinge l’assassino a uccidere sembra calare dal cielo, episodio di un passato mai raccontato prima.

L’unico mistero che alla fine rimane irrisolto è quello del successo del romanzo.

gangi-agrigentofavara: forse il risultato è un po’ bugiardo

Domenica otto gennaio 1989 si giocò l’epico scontro Gangi-Agrigentofavara, 17° turno del campionato interregionale 1988/89. L’indomani la cronaca del Giornale di Sicilia raccontava la vittoria del Gangi, zampata vincente di Rizzo al 81°. Il cronista gangitano criticava con misura l’operato dell’arbitro e ammetteva: il risultato è un po’ bugiardo.

giornale di sicilia

Negli spogliatoi in fermento, Alzani, allenatore dell’Agrigentofavara, si lamentava del mancato 2-1, che avrebbe dato tranquillità, e aggiungeva: il risultato non rispecchia l’andamento della gara. Il dirigente Cimino: la sconfitta è immeritata. Felice l’allenatore del Gangi: la nostra vittoria è legittima.

giornale di sicilia

Si scoprì il martedì che il risultato era veramente bugiardo. E che intervistando i protagonisti della gara il cronista gangitano, forse leggermente tifoso, doveva aver frainteso parecchie cose.

gds gds

Quando si dice far impallidire Biscardi.

l’arresto di don profeta

“Dottore, fu quando acchianò il professore che ci fu il trucco delle schede bianche. Noialtri votammo giusto quasi tutte le schede bianche. Ma non si capì – come fu come non fu – che il Partito Azzurro non arrivò a vincere.

Prima delle elezioni il dottore Napoleoni stesso era venuto a incontrare i principali, insieme al senatore De Luca, che è amico degli amici e garantiva per tutti quanti. Ci aveva fatto un sacco di promesse, e ora aspettavamo appalti, compreso il ponte di Messina che lo sapevano tutti che non si poteva fare ma avrebbe portato lo stesso tanti piccioli da bagnarci il pane tutti, libertà di azione nel traffico di droga, revisione di molti processi, leggi più morbide e pure l’indulto.

‘Sto fatto che non salì non fu una bella cosa e non si capì com’è che avvenne, che tutte cose erano organizzate buone.

Ci fu poi pure ’sto fatto della mattina dopo le elezioni: si era fatto arrestare don Benedetto Profeta. Era stato il capo, ma ormai era vecchio e malocombinato. Era nella necessità da quaranta anni. Aveva la prostata e il colesterolo e aveva bisogno di cure. Di questo fatto delle schede bianche non si doveva parlare né ora né mai. Ci voleva un bell’affucanotizie. Se ne discusse a lungo nella riunione di principali, dove però don Profeta già lo avevano messo fuori.

Minchia con la cattura di uno che lo cercavano da quarant’anni, i giornali avrebbero parlato solo di questo, e le elezioni sarebbero passate sotto silenzio. Se qualche comunista, come a quello magro magro, parlava dei brogli lo pigliavano per pazzo, e soprattutto lo infognavano nelle pagine interne dei giornali. Insomma, si può dire che lo stesso don Benedetto Profeta era d’accordo. Che poi pure se non era d’accordo, ormai i principali se l’erano venduto. Un po’ di villeggiatura sul continente non era un problema, se potevano venire vantaggi per tutta Cosa nostra.

Allora si misero d’accordo per fare una bella cosa teatrale, organizzarono la casa di don Profeta che pareva Hollywood e lo andarono a prendere con la mattinata. Lui si mise una bella sciarpa bianca, questo per fare vedere che era massone pure lui e che era lui che si era arreso e nessuno gli aveva messo i piedi di sopra. Così lo faceva vedere a tutti i picciotti e pure ai granni, che don Profeta ci teneva a farci la sua figura”.

Dichiarazioni del pentito Gero La Fata, detto ‘u Posc per l’auto sportiva su cui viaggiava, aprile 2013.

l’arresto di don profeta è un breve racconto di finzione. Ogni riferimento a persone reali e fatti veramente accaduti è solo un caso.

salvatore buglio non se l’immaginava

montblanc

Salvatore Buglio, una vita da operaio, non se lo immaginava. Lui lavorava alla Fiat, alla Burgo, alla Sallig, alla Viberti. Andava a mensa con gli altri operai, scherzava con loro, trascorreva le sue ore in compagnia.

Poi, poverino, finì in un brutto ambiente. Montecitorio, Camera dei deputati. Ma non lo sapeva che brutto ambiente che era. Anzi. Vedeva tutti così eleganti, con i vestiti firmati e le cravatte Marinella.

Venne Natale e la signora Buglio pensò bene che non poteva lasciare che il marito, in quell’ambiente di personcine eleganti, prendesse appunti con la vecchia Bic. Gli regalò una splendida Montblanc.

Buglio, orgoglioso, iniziò a portare la penna sempre con sé. La guardava, la sfoggiava. Ma non era il solo ad ammirare la penna. Non era il solo. Tanto che un bel giorno la sua Montblanc, puf, sparì. Lui non se ne accorse perché l’ammiratore segreto, gentile, aveva sostituito la Montblanc con una copia tarocca. Se ne accorse la moglie, dopo un po’.

“Che è ’sta penna, Salvatò?” – gli disse.

Buglio si informò. Comprò un libro di Travaglio, lesse Beppe Grillo e capì.

Capì che sfoggiare la Montblanc in un luogo frequentato da persone condannate per truffa aggravata e continuata, corruzione, evasione fiscale, finanziamento illecito, abuso e omissione di atti d’ufficio, falso ideologico, non era stata una idea brillante.

“Me l’hanno fottuta in modo scientifico e intelligente” – dichiarò.

Penso e ripensò, ma alla fine rinunciò a chiamare i carabinieri, ché nel palmares dei colleghi non mancava la resistenza a pubblico ufficiale. Né chiese in giro se qualcuno avesse visto. Fra condannati per favoreggiamento e omessa denuncia, figurati a che poteva servire. Aveva però sentito dire che qualcuno fra i suoi colleghi era già condannato per ricettazione, e gli venne un’idea…

l’affabulatore massimo

il segreto dei segonzac la taverna del doge loredan il segreto di caspar jacobi il ponte della solita ora

Alberto Ongaro, classe 1925, è narratore eccentrico, poco celebrato, lontano dalle mode. Le sue storie sono dense di invenzioni, la sua capacità di affabulazione non ha eguali in Italia. Il libro più celebre La taverna del Doge Loredan è un’opera affascinante, una storia geniale strutturata su più piani narrativi in cui ogni pagina contiene tante invenzioni letterarie quante se ne trovano in mesi di produzione narrativa italiana alla moda. L’intera opera di Ongaro è fatta di romanzi imperdibili, avvolgenti e incantati: Il segreto di Caspar Jacobi ha una trama avvincente che non finisce di stupire fino all’ultima riga, Il ponte della solita ora si legge d’un fiato, rapiti dall’intreccio e dallo stile, da Francesco Soria e da Frederika von Klausen, Il segreto dei Ségonzac è un incantensimo dumasiano e malinconico.

Niente intimismo e ombelichi, ma grandi storie, coinvolgenti, avventurose, a volte tenebrose, raccontate con stile inconfondibile e scrittura raffinata dal narratore onnisciente, un narratore di gran fascino che non sparisce mai dalla pagina.

Sempre più spesso nel luogo dove mi trovo un uomo senza volto mi compare davanti e mi si ferma accanto sempre più a lungo di quanto io possa sopportarlo. E’ un uomo alto e asciutto, vestito con eleganza, una lunga e stretta redingote di velluto nero liscia e senza pieghe, pantaloni attillati dello stesso colore e dello stesso tessuto della giacca, camicia di seta bianca, scarpe con fibbie d’argento, un tricorno fuori moda che in parte copre la superficie vuota e piatta del suo viso
(Alberto Ongaro, La taverna del Doge Loredan)

No dia seguinte ninguém morreu

le intermittenze della morteL’incipit di “Le intermittenze della morte” è bellissimo, fulminante, porta nel regno dell’assurdo, e apre un romanzo surreale e splendido: “Il giorno seguente non morì nessuno“. Questo avviene: in una nazione immaginaria, nessuno muore più. La gente invecchia, ha incidenti, si ammala. Tutto è come sempre, tutto appare normale tranne un dettaglio: la morte non c’è più.

Così la popolazione è felice. Giubilo per le strade: finalmente immortali. Sembra il trionfo della gioia ma è un’illusione. Piano, arrivano i problemi. Sovrappopolazione, ospedali insufficienti. Crisi per le compagnie di assicurazione, per le agenzie di pompe funebri, per le case di riposo. La società si avvia al collasso economico. Soprattutto è la Chiesa a temere la fine: la morte è fondamentale per la realizzazione del regno di Dio

Fuori dal Paese, si continua a morire. Basta passare un confine. E così i politici trovano una soluzione: accordi con la maphia, che porta oltre frontiera i quasi morti. Un passo oltre confine, e la morte arriva a prenderseli.

Passano sette mesi, la morte torna. Riprende il suo compito, con una novità: i futuri morti sono avvisati per lettera del loro destino. Tutte le lettere arrivano a destinazione, e i destini si compiono, tranne una, rinviata tre volte al mittente. E’ indirizzata a un musicista che vive solo con il suo cane. La morte non ci sta e decide di conoscere quest’uomo, l’unico che riesce a evitarla. Prende le sembianze di una donna e si introduce nella sua vita: il romanzo procede così verso uno splendido finale lirico. La frase che chiude la storia è anche la prima, eterno ritorno.

Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti un enorme turbamento, cosa del tutto giustificata, ci basterà ricordare che non si riscontrava notizia nei quaranta volumi della storia universale, sia pur che si trattasse di un solo caso per campione, che fosse mai occorso un fenomeno simile, che trascorresse un giorno intero, con tutte le sue prodighe ventiquattr’ore, fra diurne e notturne, mattutine e vespertine, senza che fosse intervenuto un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, niente di niente, zero spaccato“.
(José Saramago, Le intermittenze della morte)

da santoro fra coppole e babbìo

annozeroMentre Palermo muore, Cuffaro indossa la coppola e ridacchia ad Annozero, la trasmissione di Michele Santoro (liveblogging su rosalio).

Palazzi del quartiere Sperone, ex detenuti che dichiarano lo scippo non è cosa mia, io appartamenti faccio, figli di politici assunti da aziende municipalizzate, il difensore civico Tito che chiede di essere attenzionato, il cardiologo di Forza Italia presidente dell’acquedotto perché tutto quello che è tubi, che circola, è cosa mia. L’immagine di Palermo ad Annozero è chiara, drammatica, vera.

La sanità siciliana è terra di conquista, serve solo agli amici degli amici per fare soldi. Curare gli ammalati è un dovere dimenticato, non interessa più. I dirigenti della Regione guadagnano pepite e dobloni. Cuffaro tiene testa alle accuse e senza imbarazzo addebita le colpe dello sfascio al centrosinistra.

Quando Travaglio, raro esemplare di giornalista dalla schiena dritta, gli spiattella davanti in sequenza le frequentazioni a dir poco dubbie, da Angelo Siino a Francesco Campanella, il presidente siciliano si innervosisce, suda, cerca di portare la discussione a babbiàta: coppola e risata. Fa una figura patetica, e con lui chi lo ha eletto.

Incalzato da domande vere, il presidente gigioneggia, si vanta di portare l’audienz al 20%, chiede di non essere inquadrato di profilo perché viene male.

Benny Calasanzio, due morti per mafia in famiglia, con grande dignità e con lucidità rara in un ventunenne, gli dice chiaro e tondo che un personaggio indagato per mafia non può fare il paladino dell’antimafia, né promettere ai parenti delle vittime i soldi delle tanto minacciate querele ai diffamatori – ché i parenti delle vittime hanno una dignità che non consente loro di accettare soldi da un personaggio simile.

Cuffaro è nervoso, arrabbiato, rigido. Non indossa di nuovo la coppola, ma fa il furbo, prende a pretesto la decisione tecnica di un tribunale per fare un’allusione pesante e meschina: i parenti di Calasanzio non erano innocenti. Lo dice con forza e con tono soddisfatto, sventolando un foglietto, e pare felice di rinfacciare ai suoi accusatori presunte mafiosità. Il pubblico è allibito e finisce così, con Cuffaro che ride e la Sicilia che affonda.

Maddalena Carollo, pur invitata, non era presente in studio.

la location del tempio della condizione atmosferica

sito 161

Paco: In quale luogo di eletta progettualità si inseriscono squarci dell’immaginario, presagi di mondi, imprudenze poetiche? Dove si trova il tempio di una condizione atmosferica che solo in seguito prende forma e spazio della sintesi? Dove agisce una sensibilità organica contraria ad ogni specialismo? Dove si tenta di dare vita a una genetica del linguaggio?

Pino: In un bar, a Palermo.

Paco: Un lounge-bar vorrai dire! E come si chiama questo tempio di condizione atmosferica ed energia magnetica?

Pino: Si chiama 161.

Paco: 161, un numero che deriva dalla multisensorialità, da un viaggio in cui vista, tatto, udito, gusto e olfatto devono essere soddisfatti, un numero di un mondo parallelo, non il luogo di una fuga dal reale, ma bensì luogo del presagio e del sentimento, dove l’arte praticata è davvero una lingua sognata, un numero che esce dalla dimensione piatta della parete, del palco e dello schermo, per abbracciare lo spazio: in una parola si tridimensiona.

Pino: No, è il numero civico.

161 161

una dieta per kurt wallander

assassino senza volto la falsa pista i cani di riga Muro di fuoco

I polizieschi dello svedese Henning Mankell hanno per protagonista un commissario fortunato e di grande intuito, Kurt Wallander. Sono gialli letterari, hanno il pregio di essere scritti bene, il difetto di non sorprendere mai il lettore. Suspence poca, colpi di scena quasi nulla. I casi si assomigliano un po’ tutti, così la loro risoluzione.L’ispettore Wallander è molto umano, forse troppo. La sua vita è squallida, dorme poco, si innamora facilmente, quasi mai ricambiato.

I primi libri della serie sono belli. All’inizio di Assassino senza volto un contadino scopre che i suoi vicini, un’anziana coppia, sono stati assassinati in modo barbaro. Entrambi sono stati torturati. L’inchiesta è lenta e difficile, ma tiene il lettore incollato alla pagina. Nel secondo romanzo, I cani di Riga, sono i marinai di un peschereccio che avvistano un gommone di salvataggio con a bordo due cadaveri. Le indagini portano Wallander a est: l’imbarcazione veniva dalla Lettonia.

Purtroppo già al quinto romanzo, La falsa pista, l’impressione è quella di un cucchiaio che raschia il fondo di un barile ormai vuoto. La storia comincia con un prologo che appare un po’ forzato, poi una ragazza si cosparge di benzina e si dà fuoco in un campo di colza, quindi un ex ministro, dal dubbio passato, viene trovato con la spina dorsale spezzata e scotennato. Gli omicidi proseguono mentre l’interesse del lettore crolla. Il romanzo è lunghissimo, l’intreccio regge poco.

Nell’ottavo libro della serie, Muro di fuoco (infelice la traduzione in italiano: Firewall sarebbe stato un titolo più adatto), due ragazze aggrediscono un tassista a martellate. La storia si dilunga per centinaia di pagine, decisamente troppe per l’intreccio, e tradisce la scarsa confidenza dell’autore con computer e reti. Le riunioni di Wallander e colleghi, le conferenze stampa e tante altre cose si ripetono immutabili in tutti i romanzi.

Kurt Wallander è personaggio affascinante, è un po’ sovrappeso e non riesce a mettersi a dieta. Ma sono i libri di cui è protagonista ad avere bisogno di una severa dieta: troppe pagine per intrecci criminosi e vicende fin troppo simili. I primi due affascinano, il resto è noia.

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