Archivio per Febbraio 2007|pagina archivio mensile

quelli che avete letto l’ultima pagina e avete tirato il libro

Questo è un post di utilità sociale. Serve a segnalare tutti quei libri, in genere sono gialli, che avete letto l’ultima pagina e l’avete tirato contro un mobile. In puro spirito teseniano (Dio preservi quelli che ama dalle letture inutili). Però qui noi, molto immodestamente, ci sostituiamo a Dio e cerchiamo di preservarci (a vicenda).

Ovviamente, sono ammessi, anzi benvenuti, spoiler. D’altra parte sono libri da non leggere. Dunque non c’è nulla da spoilerare.

Il finale più imbecille della mia storia di lettore: Diario di un killer sentimentale (ibs), quando il killer ritrova l’amichetta francese (che lo aveva piantato in Europa) a letto con l’uomo che lui deve uccidere in Messico e spara a entrambi.

Attendonsi commenti di utilità sociale.

giaceva nascosto ed è riemerso

Melania Mazzucco

“In realtà ho letto Guerra e pace quando avevo soltanto quattordici anni, adesso ne ho trentasette. A essere sincera, quando ho iniziato a scrivere il mio romanzo non mi sono ispirata a qualche autore in particolare, almeno a livello conscio… E’ evidente che in forma inconscia è riemerso qualcosa che da anni giaceva nascosto in qualche angolo della mia mente. Ma, ripeto, se ciò è avvenuto, io stessa al momento di realizzare il mio romanzo non me ne sono resa conto” (Melania Mazzucco)

Nella foto di Edo Grandinetti la scrittrice ritira il premio Strega.

la pena di morte in un paese che pullula di telefonini

telefonini

Dopo l’ennesimo omicidio (vedi magazziniere ucciso a Trapani per salvare il collega) non capisco perché in Italia non deve essere introdotta la pena di morte. Faccio notare che oggi il vademecum dell’assassino italiano è: primo uccidere con tranquillità sapendo che una volta preso, vivrà ancora; secondo sa che dopo indulti e buona condotta è di nuovo fuori per ricominciare. Per quanto mi riguarda, la pena di morte la metterei per: politici corrotti, amministratori che falsano bilanci, delinquenti per furto-stupro e assassini“. (Giornale di Sicilia, 11 gennaio 2007)

Leggo con non poco sgomento la lettera di un lettore nella quale fa riferimento alla pena di morte, applicata nello specifico a Saddam Hussein. Premetto che il sopra citato (Hussein) più che alla categoria uomo possa tranquillamente essere annoverato alla categoria bestie infide ed immonde (giacchè l’uomo è stato dotato da Dio o Allah di ragione che lo distingue appunto dagli animali che vivono di solo istinto) per avere provocato orrore e dolore al suo caro (?) e amato paese, infierendo con crudeltà e ferocia su tanta gente innocente ed inerme, mi soffermo a pensare: ma davvero, ancora oggi nel 2007, in un paese che pullula di industrie, dove il telefonino non è più un optional, dove internet (ahimé) ha preso il posto dei cari quotidiani, dove non si fanno più di dieci metri senza auto, dove insomma l’uomo si è evoluto e ha migliorato (o almeno lo crede) la qualità della sua vita, si crede che provocare la morte di una persona, sia la soluzione giusta e corretta per avere democrazia? Giustizia? Libertà di pensiero, parola o religione?” (Giornale di Sicilia, 31 gennaio 2007)

emilio, ho fatto il possibile

Alle 20,13 di ieri qualcuno ha raggiunto queste pagine da google.it con la chiave di ricerca “le immagini più brutte di Prodi“. Evidentemente, si tratta di Emilio Fede.

Emilio, io ho fatto il possibile. Ecco qua.

prodi 1 prodi 2
prodi 3 prodi 4

Ora vedi tu di ricambiare ché siamo fra siciliani, magari mi fai fare il Grande Fratello. O il meteo del TG4.

letteratura copincolla

mazzucco
Tolstoj

Che la ragazza di Diamante, che Vita così adorabile e così appassionatamente adorata, potesse lasciarlo per quel delinquente di Rocco il quale fra l’altro non poteva sposarla perché aveva già sposato la figlia di Buongiorno – e innamorarsene al punto di fuggire con lui, era una cosa che non riusciva nemmeno a concepire. L’immagine di Vita, che conosceva fin da piccola, non poteva associarsi alla notizia di questa stupida, futile crudeltà. E tuttavia questa storia penosa suscitava, in lui […], un sentimento di tale compassione da indurlo a provare pietà per l’orgoglio esagerato di Diamante […]. E tanto più compativa il cugino, con tanto maggiore disprezzo e perfino repulsione pensava a Vita, che pure, nel buio delle miniere, gli era talvolta passata davanti come una visione calda e luminosa di infantile innocenza.
Che la fidanzata del principe Andrej, così appassionatamente amata, che Nataša Rostova fino a quel momento così adorabile potesse lasciare Bolkonskij per quell’imbecille di Anatol, il quale per giunta era già sposato […] e innamorarsene al punto di fuggire con lui, era una cosa che Pierre non riusciva a comprendere e nemmeno a concepire. La cara immagine di Nataša, che egli conosceva fin dall’infanzia, non poteva associarsi nel suo animo a questa nuova immagine della sua bassezza, della sua stupida crudeltà. […] E tuttavia provava un sentimento di tale compassione, da indurlo a piangere per il principe Andrej, a provare pietà per il suo orgoglio. E quanto più compassionava il proprio amico, con tanto maggiore disprezzo e perfino repulsione pensava a quella Nataša che era passata poco prima davanti a lui nel salone con quell’espressione di fredda dignità.

Possibile che era proprio tutto finito? […] Geremia intuiva nel cugino il bisogno, che lui stesso conosceva troppo bene, di appassionarsi a discutere su una questione che gli era alla fine estranea soltanto per azzittire pensieri intimi troppo insopportabili. […] E Vita? Mormorò Geremia. […] Se la vedi, ammicca Diamante, dille che era e resta libera e io le auguro di essere felice. […] Quando io mi lagnai che dovevamo andarcene da Prince Street perché Lena non era una donna seria, tu la difendevi, dicesti che bisogna perdonare una donna che sbaglia. Ma non ho detto che potevo perdonarla io, commentò Diamante, appoggiando la fronte contro il boccale.
“Ma possibile che tutto sia proprio finito?” disse Pierre. […] Ora Pierre ritrovava nel suo amico il bisogno, che lui stesso conosceva fin troppo bene, di agitarsi e di discutere per una questione che gli era estranea soltanto per soffocare dei pensieri intimi troppo penosi. […] “Riferisci alla contessina Rostova che era e resta libera e che io le auguro ogni bene.” […] “Ascoltatemi: vi ricordate della nostra discussione a Pietroburgo?”, disse Pierre, “vi ricordate di…” “Mi ricordo,” rispose in fretta il principe Andrej “avevo detto che si deve perdonare una donna che sbaglia, ma non avevo detto di poterla perdonare io. Io non posso.”

Dovrei chiedere ad Agnello la mano di Vita, essere comprensivo o qualcosa del genere? Si mise a gridare con acrimonia, sì, è molto nobile, ma io non sono capace di brucare nel piatto di Rocco. […] Se vuoi restarmi amico non parlarmene mai più. […] Era dimagrita, pallida, ma per nulla vergognosa umiliata o imbarazzata come lui si aspettava che fosse. […] Vita aggiunse, senza guardarlo: è tuo cugino, a te ti ascolta, digli che mi perdoni. “Dovrei chiedere di nuovo la sua mano, essere magnanimo o qualcosa del genere?…” si mise a gridare con asprezza. “Sì, è molto nobile, ma io non sono capace di andare sur le brises de Monsieur. Se vuoi essermi amico, non parlarmene mai più…”. […] Nataša era in piedi in mezzo al salotto, dimagrita, col viso pallido, severo, e niente affatto vergognosa, come Pierre si aspettava di vedere. […] “Petr Kirilyc”, cominciò a dire in modo rapido, “il principe Bolkonskij era vostro amico; è vostro amico. […] Ora è qui… ditegli… che mi per… che mi perdoni”.

Lo so che fra noi è finita, lo smentì lei, a voce bassa […]. Mi dispiace il male che gli ho fatto. Digli di perdonarmi. Per tutto. […] Se hai bisogno di qualcosa, di un consiglio… ricordati di me. […]
Se io non fossi quello che sono – farfugliò Geremia alzandosi e congedandosi in fretta, senza neanche stringerle la mano, gli occhi inchiodati alla punta sformata delle sue scarpe – ma il ragazzo più attraente, il più forte, intelligente, di questa città, e se avessi abbastanza soldi da potermi permettere una famiglia, in questo stesso istante chiederei in ginocchio la tua mano e il tuo amore, Vita.
“Lo so che è tutto finito,” disse in fretta. “No, questo non potrà mai accadere. Mi tormenta soltanto il male che gli ho fatto. Ditegli una cosa sola: che io lo prego di perdonarmi, di perdonarmi di tutto…” […] “Ma vi prego di una cosa: consideratemi vostro amico, e, se avete bisogno di un aiuto, di un consiglio, […] ricordatevi di me.” […]
“Se io non fossi quello che sono, ma l’uomo più bello, più intelligente, l’uomo migliore di questo mondo, e se fossi libero, in questo stesso istante chiederei in ginocchio la vostra mano e il vostro amore.”
Melania Mazzucco, Vita
Lev Tolstoj, Guerra e Pace

(da una ricerca di Claudia Carmina, università di Palermo)

il capolavoro della camera chiusa

le tre bareJohn Dickson Carr (1906-1977) è stato un grande giallista. Ha scritto alcuni fra i migliori gialli di ogni tempo, a volte sotto pseudonimo(Carter Dickson, Carr Dickson, Roger Fairbairn).

“Le tre bare” (1935) è considerato il suo capolavoro, nonché probabilmente il miglior giallo di camera chiusa della storia, genere iniziato da Edgar Allan Poe con “I delitti della Rue Morgue” nel 1841.

Charles Grimaud è nel suo circolo londinese a discutere con pochi amici di illusionismo quando compare un personaggio che gli rivolge frasi minacciose. I due si incontrano dopo qualche giorno nello studio di Grimaud. Entrambi, visti dal segretario e dalla governante, entrano nello studio. La porta si chiude a chiave. Dopo pochi minuti uno sparo. Grimaud è trovato agonizzante. Prima di morire balbetta parole enigmatiche. Nella stanza chiusa, però, c’è solo lui. L’assassino si è volatilizzato, senza lasciare alcuna traccia. Fuori, la neve fresca è intatta. Nessuno sembra avervi camminato. Poco tempo dopo il misterioso personaggio che aveva minacciato Grimaud è anch’egli trovato morto. Qualcuno grida in una via di Londra, i testimoni che si voltano e trovano un cadavere sulla neve. Anche in questo caso nessuna impronta e nessuna traccia dell’assassino.

L’atmosfera del romanzo è gotica, con allusioni al vampirismo, ai fantasmi, e la Transilvania gioca un ruolo cruciale. Tuttavia, la soluzione che il criminologo Gideon Fell darà nelle ultime pagine, è razionale, seppur estremamente complessa, impeccabile nella sua logica matematica. Forse troppo complessa, si fa fatica a pensare un omicida così geniale, ma certamente inaspettata.

“Le tre bare” è celebre anche per la lezione di Gideon Fell sulla camera chiusa. Poche pagine che nella letteratura gialla sono diventate un riferimento.

Il romanzo certamente non è un capolavoro della letteratura, la scrittura non è brillante, pochi personaggi sono ben delineati. E’ però un’affascinante opera di intelletto, enigma impossibile che tiene il lettore incollato alle pagine.

Il libro è di difficile reperibilità. Si trova, non sempre, su ebay.

i poeti maggiori

ligabue prevert e pelù

Libreria del centro. Sezione poesia. Sul ripiano, ben in vista, Ligabue. Le poesie d’amore di Ligabue. Una fiammante copertina rossa. Dieci copie, forse più. A destra, due copie di Questo amore. Jacques Prévert commentato da Piero Pelù. Prévert commentato da Piero Pelù. In fondo, un po’ impolverati, stretti sullo scaffale e ben nascosti, i poeti minori. Montale, Leopardi, Marina Cvetaeva.

Sei nata a Carnevale
non si capisce perché il tempo
avrebbe dovuto fare sconti
proprio a te
e la valigia si è appesantita
delle scarpette da ballerina
imbrattate di pece
promessa sbugiardata
nel tempo di una rosa
poi qualche uomo
ha provato a prenderti
gli hai detto non è il caso
ti ha presa lo stesso
non ti sei fatta prendere lo stesso
il suo problema
non era affare tuo
dato che anche questo è finito
in valigia
come poteva essere altrimenti?
(…)
hai fatto così tanta strada
per arrivare fino qui
ma adesso se vuoi
ti puoi sedere
di là c’è un bagno caldo
ti puoi sedere
di là c’è un frigo pieno
ti puoi sedere
mentre di qua
la apro io
la tua valigia
e ti mostro
che dentro
c’erano solo
un paio di farfalle
dure a morire

Luciano Ligabue, Lettere d’amore nel frigo

san valentino, tutti in fila a comprare le rose

san valentino“Qualcosa da bere?” le chiesi.
“Cos’hai?”
“Un po’ di tutto… dimmi tu cosa vuoi”.
“Mi faresti un gin tonic?”

L’acqua tonica. Dovevo immaginarlo. Gin tonic, gin tonic, gin tonic. E’ sempre un gin tonic che vogliono le ragazze. Ed io non avevo l’acqua tonica. Coglione.

“Non hai il gin?”
“Ho dimenticato l’acqua tonica… sono mortificato”.
“Per così poco! Mortificato, addirittura! Fai tu, dai. Alcolico, ma leggero. Okay?”
“Limoncello?”
“Non è leggero… ma è buono?”
“Eccellente, da limoni freschi”.
“Va be’, approvato. Mentre lo prendi posso dare un’occhiata ai tuoi cd?”
“Prego!”

Mi allontanai verso la cucina mentre lei si alzava dalla poltrona per guardare i titoli dei cd sulle mensole del salotto. Tornai con due bicchierini.

“Bello questo, posso metterlo?”
“Come vuoi. Ma cos’è?”
“Phil Collins”.
“Ah! …But seriously, Un peccato di gioventù”.
“In che senso un peccato di gioventù?”
“E’ un disco orribile”.
“Dài! E’ bellissimo. Lo metto”.

Lo mise. La musica idiota di Hang in long enough riempì la stanza.

“No, questa no. Metto la sette che è bellissima,” disse, e passò a Another day in Paradise. Se possibile, anche peggio. Una tortura lunga cinque minuti e ventidue secondi, come testimoniava il display del lettore.

“Bella, vero?” disse, seria.
“Be’, non mi piace tanto. Posso farti ascoltare qualcosa di veramente splendido?”
“Okay, okay, mi fido. Aspetta che tolgo questo”.

Presi il disco di Emiliana Torrini. Questo, forse, le sarebbe piaciuto. Glielo porsi. Lo inserì. Iniziò a suonare To be free.

“Ti piace?” le chiesi dopo qualche secondo di ascolto. La voce algida riempiva la stanza facendola vibrare.
“Mmmmh, così così. Non mi convince tanto”.
“Ascolta un po’, poi mi dici”.

Passarono uno – forse due – minuti. Sembrava un animale in gabbia. Poi disse:

“Possiamo mettere qualcos’altro? Non mi piace affatto”.
“Okay, scegli tu”.
“Però non so cosa mettere adesso,” sembrava arrendersi.
“Va be’, ci penso io. I Mùm li conosci?”
“No, chi sono?”.
“Te li faccio ascoltare”.

Mi alzai, presi Yesterday was dramatic, today is ok e lo inserii nel lettore. Le prime note di i’m 9 today. Reagì come se un martello l’avesse colpita in testa.

“Che è ‘sta cosa? Levala subito!”
“Ma dài”.
“E’ orribile”.
“Okay, però pensaci tu, okay? Prendi qualcosa che ti piace e che non sia Phil Collins, okay?” Avevo un tono secco.

Alla fine prese Think tank dei Blur. Tutto sommato, un onesto compromesso. Mentre suonava Ambulance lei disse qualcosa, con la testa bassa. Il tono sempre lamentoso lo era diventato ancora di più.

“Non ti sei nemmeno accorto che oggi sono andata dal parrucchiere per te. Sei uno stronzo”.
“Non ti sento… come hai detto?” La musica suonava forte. Avevo percepito appena le sue parole. Avevo afferrato il senso, volevo esserne certo.
“Non intendo certo urlare”.

Mi alzai per abbassare il volume. Il mio amplificatore non ha il telecomando. Non sia mai: introdurre un circuito in più rovinerebbe il suono.

“Che hai detto?”
“Non ti sei accorto di nulla?”
“Sì… dei tuoi capelli… giusto? Sono nuovi, ti stanno bene!”
“Stronzo. Mi hai sentito prima. Vuoi fare il furbo ma sei solo stronzo. E pure cattivo, quando vuoi”.
“Ma dài, è solo che c’è poca luce”.
Era vero. Preferisco ascoltare la musica nella penombra.
“Sei odioso. Mi dovresti guardare, anche senza luce. Avresti anche potuto accarezzarmi la testa e capirlo così persino al buio pesto. Sei uno stronzo”.
Allungai la mano per accarezzarla.
“Sei scemo? Ti ho detto che sono stata dal parrucchiere oggi! Così mi spettini. Sei proprio scemo”.
“Ma dài…”
“Senti, facciamo così: adesso mi accompagni a casa che è meglio per tutti”.

La accompagnai e tornai di corsa a casa. L’amplificatore era ancora acceso.
Ascoltai in pace il disco dei Mùm.

la naturale superiorità del lettore

totò riinaIn un suo vecchio spettacolo, Beppe Grillo sosteneva che Totò Riina non è violento ma ignorante. Conosce cento parole, diceva Grillo, e quando in un dialogo le ha esaurite, non gli rimane altra scelta che strozzare.

Battuta amara e geniale. Il pensiero umano si basa sulla capacità linguistica. Un lessico elementare può esprimere solo sentimenti elementari. cataniaL’insulto e poi l’aggressione diventano il mezzo per esprimere relazioni complesse. La violenza è l’unica risposta possibile. I libri sono fatti di parole, sono fatti di punti di vista. Sono fatti di relazioni complesse. Ma in Italia si legge poco e la lingua è sempre più povera. E’ quella sempre uguale della tv, dove tutto è straordinario e ogni altro aggettivo è superfluo.

“Gli scontri a volte capitano, a volte li organizzi. Se passa il pullmann della Ternana sull’altra carreggiata dell’autostrada, se ti sfidano, che fai, non scendi?”
Un ultrà della Salernitana, La Repubblica 10 febbraio 2007

the sciatt scrittur of un improbable thriller

improbableSe non fosse per la scrittura sciatta, per la trama inutilmente complicata, per i personaggi stereotipati, per le lunghe dissertazioni scientifiche che sembrano uscite dalla penna annoiata di uno studente di fisica poco attento. Se non fosse per il solito minestrone da superthriller fatto di CIA, spie e scienziati pazzi. Se non fosse per la storia dei due gemelli, uno ha addosso una microspia e l’altro no e i servizi segreti si confondono. Se non fosse che poi i gemelli si scambiano le giacche. Se non fosse che l’autore ha tentato di infilarci dentro tutto quello che gli veniva in testa.

Ecco, se non fosse per questi trascurabili dettagli e se magari poi ci fosse anche un colpo di scena, mica tanti, giusto uno, forse sarebbe un bel libro.

Adam Fawer, Improbable

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