Archivio per la categoria ‘alberto ongaro’

superclassifica show

Superclassifica show

Per la superclassifica show, i miei tre cents:

1) Alberto OngaroLa taverna del Doge Loredan (okay, è del 1987, ma io conto l’ultima edizione)

2) Alberto OngaroIl ponte della solita ora

3) Francesco RecamiL’errore di Platini (scritto negli anni ottanta, ma pubblicato da poco per Sellerio che lo aveva dimenticato in un cassetto)

Zona Uefa per Ai margini del caos di Franco Ricciardiello, La variante di Lüneburg di Paolo Maurensig e altri due Ongaro: La partita e Il segreto di Caspar Jacobi (ma di che anno sono?). Va bè, anche Il segreto dei Segonzac, su.

Più tardi mi esprimerò per Miss Italia.

l’affabulatore massimo

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Alberto Ongaro, classe 1925, è narratore eccentrico, poco celebrato, lontano dalle mode. Le sue storie sono dense di invenzioni, la sua capacità di affabulazione non ha eguali in Italia. Il libro più celebre La taverna del Doge Loredan è un’opera affascinante, una storia geniale strutturata su più piani narrativi in cui ogni pagina contiene tante invenzioni letterarie quante se ne trovano in mesi di produzione narrativa italiana alla moda. L’intera opera di Ongaro è fatta di romanzi imperdibili, avvolgenti e incantati: Il segreto di Caspar Jacobi ha una trama avvincente che non finisce di stupire fino all’ultima riga, Il ponte della solita ora si legge d’un fiato, rapiti dall’intreccio e dallo stile, da Francesco Soria e da Frederika von Klausen, Il segreto dei Ségonzac è un incantensimo dumasiano e malinconico.

Niente intimismo e ombelichi, ma grandi storie, coinvolgenti, avventurose, a volte tenebrose, raccontate con stile inconfondibile e scrittura raffinata dal narratore onnisciente, un narratore di gran fascino che non sparisce mai dalla pagina.

Sempre più spesso nel luogo dove mi trovo un uomo senza volto mi compare davanti e mi si ferma accanto sempre più a lungo di quanto io possa sopportarlo. E’ un uomo alto e asciutto, vestito con eleganza, una lunga e stretta redingote di velluto nero liscia e senza pieghe, pantaloni attillati dello stesso colore e dello stesso tessuto della giacca, camicia di seta bianca, scarpe con fibbie d’argento, un tricorno fuori moda che in parte copre la superficie vuota e piatta del suo viso
(Alberto Ongaro, La taverna del Doge Loredan)