Archivio per la categoria ‘cosa nostra’
e a capodanno, la turbo-grazia a totò riina
Offendere la memoria di chi ha combattuto Cosa nostra ed è stato assassinato è più bello a Natale. Sì, graziamo Contrada, fedele servitore dello Stato. A Capodanno vediamo poi di fare il possibile per Totò Riina e Binnu Provenzano. In fondo Cosa nostra è la prima azienda italiana: non dobbiamo essere troppo severi, ne va del nostro PIL.
Mi scrive Salvatore Borsellino: “Bruno Contrada è un personaggio sul quale pesano gravissimi sospetti, oggetto di indagini purtroppo ancora in corso in merito alle telefonate intercorse, ottanta secondi dopo la strage, tra il castello Utveggio, dal quale è probabilmente stato azionato il telecomando per l’esplosione dell’autobomba, da una utenza clonata intestata a Paolo Borsellino, e l’utenza dello stesso Contrada”.
Prosegue: “Come risulta da carte processali si segnala l’esigenza di approfondire ipotesi ed elementi sin qui trascurati, nella prospettiva di individuare complici e mandanti esterni all’associazione mafiosa. Si individua un cospicuo raggio di attività investigative aventi oggetto organismi e persone che potevano contare sulla disponibilità dei locali di Castello Utveggio, sede del Sisde, controllato a Palermo dal dottor Contrada. Quella sede del Sisde smantellata pochi giorni dopo la strage perché evidentemente aveva esaurito il suo compito. Basterebbero questi sospetti e l’esistenza di queste indagini per rendere inopportuna anche solo l’ipotesi della concessione della grazia”.
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l’antimafia, ma anche la mafia
Nel 2001 Mirello Crisafulli fu ripreso dalle telecamere dei carabinieri all’hotel Garden di Pergusa mentre incontrava l’avvocato Raffaele Bevilacqua. Parlarono di affari e politica. Parlarono di un campus universitario da realizzare a Enna bassa, un business da 120 miliardi. “Se sono amici miei, sono anche amici tuoi” – diceva l’avvocato al politico.
Raffaele Bevilacqua era l’uomo di Provenzano nella provincia di Enna. Sembra che abbia persino partecipato a una riunione della cupola nel 1991, quando si decise di uccidere Falcone e Borsellino. Nel 2006 è stato condannato per associazione mafiosa.
Il procedimento contro Crisafulli per concorso esterno in associazione mafiosa è invece archiviato perché il colloquio non portò alcun diretto beneficio a Cosa nostra. I giudici tuttavia scrivono: “è dimostrata da parte del Crisafulli la disponibilità a mantenere rapporti con il Bevilacqua“.
I rapporti fra i due costituiscono “un complesso di contatti e disponibilità al dialogo di inquietante valenza: il solo fatto che un autorevole rappresentante politico incontri un personaggio del quale non poteva non ignorare (…) la nota caratura nel contesto della illiceità mafiosa, è fatto troppo grave perché sia il caso di insistere“.
Secondo il pentito Angelo Leonardo, poi, “la candidatura del Crisafulli alle elezioni regionali del 2001 avrebbe dovuta essere sostenuta dalla famiglia mafiosa in previsione di poter ottenere, tramite Crisafulli, contatti nel mondo imprenditoriale“.
Mirello Crisafulli è stato accolto nell’ospitale Partito Democratico (quello della lotta alla mafia priorità assoluta).
Inorridito alla notizia, Benny Calasanzio ha telefonato alla segreteria siciliana.
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cosa nostra e l’acqua calda
Nel covo del boss Lo Piccolo, una grande scoperta: un foglio con i dieci comandamenti del mafioso. Si leggono, ad esempio, sul Corriere della Sera. Tre a caso: “Non ci si può presentare da soli a un altro amico nostro, se non è un terzo a farlo”, “Non si fanno comparati con gli sbirri”, “Si ci deve portare rispetto alla moglie”.
Su Repubblica.it la grande notizia è in prima pagina. Ecco un comandamento: “Non guardare le mogli degli amici”. Che notizia. Che scoperta. Le regole della mafia!
Adesso un esperimento. Entrate in una libreria. Recatevi al reparto storia. Reparto mafia se siete in Sicilia. Prendete un qualunque libro di storia della mafia. Uno a caso. Ora sfogliatelo. E anche se è del 1980, come per magia eccoli lì: i dieci comandamenti grande scoperta di questi giorni.
Di Cosa nostra militare si sa tutto, o quasi, da tempo. E quando si decide di colpire (e ci sono le condizioni: la polizia ha la benzina, non c’è l’agente che spiffera, non c’è il maresciallo che avverte), si colpisce. Però, preso un Lo Piccolo, ne arriva subito un altro e la mafia rimane la prima azienda italiana. No, non è Cosa nostra militare che va colpita per sconfiggere la mafia. Almeno non solo.
Dovremmo smetterla di masturbarci con pizzini, dieci comandamenti, ricotte e bibbie, fedeltà alla moglie, rispetto, abiti griffati e tutto l’armamentario del buon mafioso militare e occuparci dei mafiosi che stanno nei parlamenti, nelle assemblee, che fanno i presidenti, gli industriali. Sfiduciarli, se non si possono ancora arrestare.
Per cominciare, vogliamo tirare fuori i nomi dei due politici legati, secondo Telesio Malaspina dell’Espresso, ad alcuni personaggi vicini a Cosa nostra responsabili delle minacce a Lirio Abbate? O saranno segreti per sempre?
Sono due politici siciliani. Magari siedono in parlamento. Sono legati a chi voleva far saltare l’automobile di un giornalista e nessuno ne parla più? Ma certo: ora ci sono i dieci comandamenti del capo dei capi.
etna, siccità, traffico e burocrazia
Secondo Opinion Leader – trasmissione patinata dove tutto è cool e trendy e Palermo è molto Palermo bene – si inaugura sempre qualcosa con champagne e caviale, il sindaco sorride abbronzato, la città vive una vita culturale frenetica, i negozi sono prestigiosi e la gente ha un sacco di soldi da spendere. Trasmessa da molte emittenti locali, qualsiasi zapping finisce per incontrarla.
Opinion Leader non fa interviste in ginocchio. Peggio: non fa domande. Si fa da parte e lascia parlare: ad esempio così. Poi, però, in chiusura di servizio, rispunta la biondina che ci illumina:
“Nel prossimo incontro con il presidente Gianfranco Miccichè affronteremo un argomento che forse è la vera palla al piede per lo sviluppo della nostra isola.
La burocrazia“.
Già.
La vera palla al piede è la burocrazia.
Ma non erano l’Etna, la siccità e il traffico?
poi regolarmente attribuiti ad altri
[Ricevo e pubblico un comunicato stampa di Salvatore Borsellino]
A seguito della notizia pubblicata oggi dai giornali relativa ai proiettili recapitati ai magistrati Luigi De Magistris e Clementina Forleo, a parte l’ovvia solidarietà nei confronti dei due magistrati, mi sento in dovere soprattutto di ricordare al ministro Mastella quanto ho già detto nel corso della trasmissione Anno Zero.
Mi trovo nella necessità di ricordarglielo dato che il signor ministro si trovava al ristorante durante la trasmissione e in seguito, dai messaggi più o meno trasversali che mi ha inviato, debbo dedurre che nessuno gli abbia correttamente riferito le mie parole.
Non mi avrebbe infatti altrimenti parlato di concessioni di pensioni o di vitalizi ma avrebbe ribattuto alle mie accuse di avere, con le sue iniziative, provocato l’isolamento del magistrato in un momento particolarmente critico per le indagini in corso e di averlo quindi additato, come la storia passata gli dovrebbe insegnare, alla vendetta della camorra.
E’ pur vero che l’improbabile disegno con la stella a cinque punte allegato ai proiettili fa pensare, più che alle Brigate Rosse, a qualcosa di molto più temibile, comunemente noto col nome di “Servizi”, ma anche in questo caso la storia ci dovrebbe insegnare che questi ultimi approfittano sempre di questi particolari momenti per commettere stragi e omicidi che poi vengono regolarmente attribuiti ad altri
Salvatore Borsellino
la mafia non c’è più (e i giudici sono pazzi)
Atto primo: (ANSA) -Roma, 12 ottobre “La Sicilia ha diritto di dichiarare finita l’emergenza mafiosa”. Lo ha detto il presidente dell’Assemblea regionale siciliana Miccichè. Il numero uno dell’Assemblea è tornato sulla sua discussa frase di quanto sia triste arrivare in Sicilia in un aeroporto dedicato a Falcone e Borsellino. “Non dobbiamo abbassare l’attenzione verso il fenomeno mafia – ha proseguito – ma non sono più i tempi in cui c’era l’esercito. Noi siciliani dobbiamo cominciare a parlare delle cose positive”.
Atto secondo: Troppe polemiche all’interno della Procura di Palermo sul caso Cuffaro e la difesa del Presidente della Regione Sicilia, imputato nel processo per le ‘talpe’ della Dda per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto d’ufficio, si accinge a chiedere la rimessione del processo, con il rischio di azzerare l’intero dibattimento. Secondo i difensori di Cuffaro, Antonino Mormino, Nino Caleca e Claudio Gallina Montana, per i giudici non ci “sarebbero più le condizioni per potere proseguire con serenità il processo”.
l’aeroporto fico d’india – cannolo
D’accordo, la sua carriera politica è nata all’ombra di Dell’Utri. D’accordo, Mario Fecarotta gli telefonava spesso e lo chiamava Gianfranco: trentotto telefonate fra il 7 giugno e l’8 luglio 2001. Questo prima che Fecarotta fosse arrestato con il figlio di Totò Riina per essere poi condannato per associazione mafiosa, s’intende.
Tuttavia, le parole del presidente dell’Assemblea regionale siciliana rimangono sconcertanti: “Noi trasmettiamo sempre un’immagine negativa della nostra terra. Se qualcuno, in viaggio per Palermo in aereo, non ricorda che l’immagine della Sicilia è legata alla mafia, noi la evidenziamo subito già con il nome dell’aereoporto, Falcone e Borsellino“
Falcone e Borsellino. Certo, un nome infelice, caro presidente. Potremmo chiamarlo Fico d’india-Cannolo, così da dare subito un’immagine positiva al turista e invogliarlo all’acquisto di prodotti tipici? Ci pensi e proponga in Assemblea.
La mafia cancelliamola, in fondo forse neppure esiste. Ripuliamo l’immagine della Sicilia. Cominciamo dal cancellare i martiri, quelli che la mafia l’hanno combattuta davvero. Il comune di Palermo, con via Falcone, aveva cominciato bene. Lì, lontana, in una periferia che nessun turista attraverserà mai.
Miccichè è la più alta carica siciliana. Per riparare a una frase simile, in una terra dove centinaia di uomini sono morti per combattere la mafia, potrebbe solo chiedere scusa e dimettersi. Dovrebbe farlo subito, senza tentennamenti. L’immagine della Sicilia non si ripulisce cancellando la memoria dei martiri, ma cancellando la mafia. Inutile sperare però: la dignità non si compra al supermercato, e nessun conoscente potrà mai consegnargliela in ufficio.
sta’ zitto che io ti ho dato la pensione
Il quotidiano La Repubblica di ieri riportava soltanto due frasi della lettera di Salvatore Borsellino (malgrado una promessa di pubblicazione integrale fatta al suo autore da un giornalista). Dava invece grande spazio a un misero attacco del ministro Mastella a Salvatore Borsellino. Secondo il ministro, testimone di nozze del mafioso Campanella, il fratello del giudice Paolo sarebbe irriconoscente con il ministro che si è prodigato per fare ottenere la pensione alla famiglia Borsellino.
Un attacco di questa natura non va nemmeno commentato.
Salvatore Borsellino ha replicato con un comunicato stampa inviato ad alcuni blog (fra i quali questo), all’ANSA e a parecchie testate giornalistiche.
La stampa ha mantenuto il solito compatto silenzio. Nessuna testata ha pubblicato alcunché, neanche Repubblica che avrebbe avuto il dovere di fare esercitare a Salvatore Borsellino il diritto di contraddittorio.
Di seguito il comunicato di Salvatore Borsellino. Con preghiera di diffusione.
Milano, 6 Ottobre 2007
Ho letto oggi, riportata dalle agenzie di stampa, la seguente dichiarazione dell’on. Mastella a me indirizzata.
MASTELLA A FRATELLO BORSELLINO:
HO VOLUTO IO PENSIONE PER FAMIGLIA
(Adnkronos) – “Dopo anni di inadempienze ho fatto concedere io la pensione alla famiglia Borsellino. Gli ricordo che, come vede, non disprezzo le persone per bene che hanno portato avanti un’idea di giustizia nell’ingiustizia”. Lo ha dichiarato il ministro della Giustizia Clemente Mastella nel corso della conferenza stampa presso la sede dell’Udeur rivolgendosi al fratello del giudice Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia. Il fratello di Borsellino era presente ieri sera alla trasmissione di Michele Santoro ‘Anno Zero’.
Voglio far notare in primo luogo al Ministro Mastella che non mi risulta di avergli mai contestato di disprezzare “le persone per bene che hanno portato avanti un’azione di giustizia nell’ingiustizia” e se pensa che esista una ragione per la quale avrei dovuto farlo.
In secondo luogo gli ricordo che, non essendo il sottoscritto né coniuge né figlio di Paolo Borsellino, bensì fratello, non può spettarmi alcuna pensione vitalizia e che questa viene in ogni caso assegnata dallo stato e non “concessa” dal ministro.
In terzo luogo gli faccio sapere che il sottoscritto si è rifiutato di presentare la domanda di erogazione, da parte anche in questo caso dello Stato e non del ministro, della “provvisionale”, prevista dalla legge, che può essere richiesta dai familiari delle vittime di mafia che si costituiscano parte civile nel relativo processo.
Il sottoscritto ritiene infatti che compito precipuo delle Stato dovrebbe essere, prima che l’erogazione di anticipo su un impossibile “risarcimento”, il rendere giustizia alle vittime della mafia.
Salvatore Borsellino
il bravo giornalista chiede permesso
Secondo il pentito Campanella (suoi testimoni di nozze: Cuffaro e Mastella) il boss di Cosa nostra Nino Mandalà ed Enrico La Loggia erano amici e sono stati soci in affari. E, in virtù di questi rapporti di amicizia, il piano regolatore generale di Villabate venne concordato da Nino Mandalà, La Loggia e Schifani. Renato Schifani fu poi nominato, dalla amministrazione di Villabate, esperto per le tematiche urbanistiche. L’incarico del Prg sarebbe andato a un progettista di fiducia.
La Loggia e Mandalà: soci in affari lo sono stati senz’altro. La Sicula Brokers è stata fondata nel 1979 e tra i soci c’erano Nino Mandalà, Renato Schifani ed Enrico La Loggia, nonché Benny D’Agostino e Giuseppe Lombardo. Benny D’Agostino è un imprenditore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e, negli anni in cui era socio di Schifani e La Loggia, frequentava il gotha di Cosa nostra. Lo ha ammesso lui stesso al processo Andreotti quando ha raccontato di un viaggio Napoli-Roma in Ferrari in compagnia di Michele Greco. Giuseppe Lombardo era amministratore delle società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, boss della famiglia di Salemi.
Questo e molto altro racconta il libro obbligatorio “I complici“. Nei giorni scorsi, anche La Repubblica, edizione di Palermo, ha (timidamente) riportato le dichiarazioni di Campanella. La Loggia ha replicato con una lettera al giornale in cui, oltre naturalmente a smentire tutto (completa estraneità eccetera eccetera), dice “spiace quindi dover constastare l’uso quanto meno improprio del mio nome nel momento in cui Repubblica ha trattato l’argomento, senza peraltro aver ritenuto opportuno interpellarmi“.
Dunque, mi par di capire, prima di scrivere di La Loggia, il giornale deve chiedergli il permesso. Mi sovviene un dubbio: Lirio Abbate, autore con Gomez de “I complici”, il permesso lo aveva chiesto?
grazie mastella, firmato borsellino
[Ricevo e pubblico una lettera aperta di Salvatore Borsellino al ministro Clemente Mastella]
Voglio ringraziare il ministro Mastella per la sua iniziativa di richiesta di allontanamento per incompatibilità ambientale del giudice De Magistris dalla procura di Catanzaro.
Voglio ringraziarlo pubblicamente perché mi ero ormai convinto che a seguito delle campagne di delegittimazione e di aggressioni di ogni tipo nei confronti della magistratura la gente si fosse ormai assuefatta all’arroganza ed all’impunità dei politici e avesse accettato come normale e ineluttabile questo stato di cose.
Ora invece la reazione provocata da questa iniziativa nell’opinione pubblica, nella gente comune, reazione che sta provocando in tutta Italia raccolte di firme e mobilitazioni spontanee, soprattutto di giovani, a sostegno del magistrato, perché possa continuare il suo lavoro senza intimidazioni e interferenze esterne, mi ha fatto rinascere la speranza che le cose possano ancora cambiare.
Ho sottoscritto insieme a Sonia Alfano una lettera al capo dello stato dove chiediamo che tuteli, come è suo compito, l’indipendenza della magistratura raccomandando al CSM, di cui è il presidente, di rigettare la richiesta del ministro. E chiedergli invece di occuparsi di altri, e ben più gravi problemi della Giustizia, come il caso della Procura di Caltanissetta, dove sono concentrate le indagini sui fatti più gravi della nostra storia recente, quali l’indagine sui mandanti esterni nella strage di via D’amelio e l’indagine sulla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, che viene, dal 12 Luglio 2006, lasciata senza una guida e affidata a un reggente.
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