Archivio per la categoria ‘henning mankell’

quelli che avete letto l’ultima pagina e avete tirato il libro (update)

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Questo è un post di utilità sociale (aggiornamento di questo). Serve a segnalare tutti quei libri, in genere sono gialli, che avete letto l’ultima pagina e l’avete tirato contro un mobile. In puro spirito teseniano, il Tesen 2.0 dei tempi andati (Dio preservi quelli che ama dalle letture inutili). Però qui noi, molto immodestamente, ci sostituiamo a Dio e cerchiamo di preservarci da soli (a vicenda).

Ovviamente, sono ammessi, anzi benvenuti, spoiler. D’altra parte sono libri da non leggere. Dunque non c’è nulla da spoilerare.

Insuperabile il finale di Diario di un killer sentimentale. Il killer ritrova l’amichetta francese (che lo aveva piantato in Europa) a letto con l’uomo che lui deve uccidere in Messico e spara a entrambi. Se fosse un libro comico, ci starebbe bene.

Altro ben piazzato in classifica: Henning Mankell, Prima del gelo. C’è la protagonista, detective donna, che in gioventù aveva tentato il suicidio sopra un tetto incerta se buttarsi o no. Interviene da poliziotta sul luogo dove una ragazza minaccia, guarda caso, di buttarsi da un tetto. Arriva lì, sale, le parla e la salva (come nemmeno Pippo Baudo). Con la trama non c’entra nulla, mentre voi avevate sperato che questo epilogo la salvasse (la trama, non la ragazza, quella può buttarsi di sotto) visto che fino a lì era piatta e noiosa. E invece è miele e zucchero e giù lacrime. Ecco, il libro finisce così e voi lo tirate contro un mobile.

Il finale de L’elenco telefonico di Atlantide, Tullio Avoledo, è un altro di quei finali che ispirano violenza. Però in questo caso è più facile. Lo sanno tutti, ve l’hanno detto mille volte: il libro è bellissimo, ma le ultime tre pagine, oddio, le ultime tre pagine. E allora quando lo comprate, già prima di uscire da Feltrinelli (per non cadere dopo nella tentazione di leggerle), le stracciate e le lasciate lì. Ve ne rimangono comunque cinquecento di uno splendido romanzo.

E poi come dimenticare Il Poeta di Michael Connelly? Come? Un doppio finale fiacco che diventa triplo finale ridicolo. Il poeta è lui, ed è morto. No, patapam, colpo di scena, non era lui. E’ lei, ed è viva. Tendiamole una trappola. Patapam, colpo di scena, non è lei ma è quello che tende la trappola. Soluzione tirata oltre l’inverosimile e messa lì solo per stupire. Il poeta però così rimane vivo (e se no Il poeta è tornato come lo scriveva?).

Altro libro da scaraventare: Sangue del mio sangue di John Harvey. Scaraventatelo quando il killer, che mandava le cartoline al compare in prigione dalle città in cui si rifugiava e malgrado questo risultava introvabile, telefona alla polizia e dice “ehi, sono qui”. Poi arrivano e lo acchiappano e lui non se lo aspetta. Fuuuum contro il muro.

Infine, secondo Sauro Sandroni, massimo esperto italiano di thriller dopo Giorgio Faletti, merita un posto in classifica: di Fruttero & Lucentini, Il palio delle contrade morte; sembra un giallo, ma alla fine si scopre che ci sono i fantasmi, o cose del genere. E questo, in un giallo, anche ben costruito come in questo libro, è peccato mortale. O si scrive di fantasmi o si fa un poliziesco: se si scopre che i delitti li possono fare anche gli spettri, Sherlock Holmes può anche andarsene a prostitute, lui e tutte le sue investigazioni empiriche, ché le indagini le facciamo fare agli esorcisti.

(Crosspostato su Cabaret Bisanzio, i commenti )

un libro pericoloso (per l’arredamento)

prima del geloIn Prima del Gelo (Henning Mankell), l’ispettore Kurt Wallander, protagonista di troppi gialli, i primi belli, i successivi stanche repliche, lascia la scena alla figlia Linda. Finalmente, potremmo dire. Finalmente scompaiono le riunioni di Wallander e colleghi, le conferenze stampa e tante altre cose che si ripetono immutabili in tutti i romanzi con Kurt Wallander protagonista. Finalmente? Macché.
Prima del Gelo è un romanzo di imbarazzante bruttezza.
La storia: qualcuno uccide sei cigni in un lago. Poi un vitello. Poi scompaiono una ragazza e una anziana etnografa. L’anziana etnografa sarà presto ritrovata morta (non tutta però, solo testa e mani, le mani giunte in preghiera).
Chi è il colpevole, si capisce anche prima che i delitti avvengano, già nel prologo. E per un giallo non è certo bene. Ve lo dico, tanto non rovino nessuna sorpresa: fanatici religiosi.
Indaga Linda, appena uscita dall’Accademia di Polizia, con il padre dapprima scettico, poi coinvolto. A volte imbranata, a volte geniale, Linda Wallander è un perfetto personaggio da Topolino. Una Clarabella, una Minnie, una cosa così. Una noia assoluta avvolge la descrizione del suo rapporto tormentato con il padre. Una noia ancora più grande deprime il lettore già da pagina uno. I colpevoli sono lì, li conosciamo. Un po’ di fanatici religiosi le cui motivazioni e azioni appaiono del tutto incredibili.
Naso turato e grande pazienza, si arriva al finale, sperando in uno scrittore che nel passato aveva scritto grandi libri (Assassino senza volto e I cani di Riga su tutti), sperando in un colpo di scena che rivaluti l’intera storia.
E invece il finale, titolo La ragazza sul tetto, è anche peggio della storia che lo precede. Trasforma un tentativo di giallo in un melodramma. Dolce, mieloso, caramelloso che nemmeno Susanna Tamaro (certo che non l’ho letta, ma me la immagino così).
C’è Linda, che in gioventù aveva tentato il suicidio due volte, una di queste sopra un tetto incerta se buttarsi o no, e che ha sempre tenuto nascosto al padre questa storia, che interviene da poliziotta sul luogo dove una ragazza minaccia, guarda caso, di buttarsi da un tetto. Arriva lì, sale, le parla e la salva (come nemmeno Pippo Baudo). Lacrime. Ecco, il libro finisce così e voi lo tirate contro un mobile.

Henning Mankell, Prima del Gelo

una dieta per kurt wallander

assassino senza volto la falsa pista i cani di riga Muro di fuoco

I polizieschi dello svedese Henning Mankell hanno per protagonista un commissario fortunato e di grande intuito, Kurt Wallander. Sono gialli letterari, hanno il pregio di essere scritti bene, il difetto di non sorprendere mai il lettore. Suspence poca, colpi di scena quasi nulla. I casi si assomigliano un po’ tutti, così la loro risoluzione.L’ispettore Wallander è molto umano, forse troppo. La sua vita è squallida, dorme poco, si innamora facilmente, quasi mai ricambiato.

I primi libri della serie sono belli. All’inizio di Assassino senza volto un contadino scopre che i suoi vicini, un’anziana coppia, sono stati assassinati in modo barbaro. Entrambi sono stati torturati. L’inchiesta è lenta e difficile, ma tiene il lettore incollato alla pagina. Nel secondo romanzo, I cani di Riga, sono i marinai di un peschereccio che avvistano un gommone di salvataggio con a bordo due cadaveri. Le indagini portano Wallander a est: l’imbarcazione veniva dalla Lettonia.

Purtroppo già al quinto romanzo, La falsa pista, l’impressione è quella di un cucchiaio che raschia il fondo di un barile ormai vuoto. La storia comincia con un prologo che appare un po’ forzato, poi una ragazza si cosparge di benzina e si dà fuoco in un campo di colza, quindi un ex ministro, dal dubbio passato, viene trovato con la spina dorsale spezzata e scotennato. Gli omicidi proseguono mentre l’interesse del lettore crolla. Il romanzo è lunghissimo, l’intreccio regge poco.

Nell’ottavo libro della serie, Muro di fuoco (infelice la traduzione in italiano: Firewall sarebbe stato un titolo più adatto), due ragazze aggrediscono un tassista a martellate. La storia si dilunga per centinaia di pagine, decisamente troppe per l’intreccio, e tradisce la scarsa confidenza dell’autore con computer e reti. Le riunioni di Wallander e colleghi, le conferenze stampa e tante altre cose si ripetono immutabili in tutti i romanzi.

Kurt Wallander è personaggio affascinante, è un po’ sovrappeso e non riesce a mettersi a dieta. Ma sono i libri di cui è protagonista ad avere bisogno di una severa dieta: troppe pagine per intrecci criminosi e vicende fin troppo simili. I primi due affascinano, il resto è noia.